“ Visitare una mostra di Anne Delaby significa mettersi in gioco: le immagini che scaturiscono spontaneamente dalle sfumature di colore suscitano per empatia un richiamo alla propria interiorità.”
Chiara Ratti. “A un’ interiorità quasi esoterica fa capo la riflessione di Anne Delaby, che sottolinea la valenza anche terapeutica dei colori”..
Micaela Gandorla “Il colore incontra l’Amore. Strane emozioni percorrono le opere di Anne Delaby, strane per chi pensa basti guardarle, prima di capirle occorre amarsi. Le chiavi del lavoro di Anne Delaby sono tutte da ricondursi all’assoluto divino, non materiale. I suoi acquarelli si schiudono poco a poco in segni e riferimenti anche figurativi per rivelare nell’esecuzione gestuale una poesia cosmica, sensibile, velata, umile quasi a rappresentare che l’enorme forza dell’amore dalla non ostentazione del suo possesso. E il cuore a guidare i colori in questi suoi ultimi lavori, il messaggio (uno dei tanti) è di purezza e passione, di speranza e certezza di limiti e di assoluto in un continuo altalenarsi di piacere e conquiste, in primo per l’autore e speriamo per lo spettatore. Non sarà più possibile, a questo punto, dire di non averlo conosciuto.”
Dario de Giorgi. “Attraverso la pittura di Delaby vi è quel ritorno all’arte pura , o purismo dell’arte dove il lancinante psicologico ne diventa il pilastro portante di una trabeaziòne fantastica”.
Lorenzo Bonini.
Stando al neoplatonismo plotiniano l’artista è capace di vedere le idee che
sono nella sua mente o nella mente divina e di riprodurle, riuscendo così ad
ottenere una rappresentazione delle immagini non solo facilmente comprensibile,
ma che arrivano a trasmettere una conoscenza senza interposizioni e totale.
La ricerca e la sensibilità estetica di Anne Delaby tende
proprio a tale analisi e cioè ad annullare la tradizionale separazione tra arte
e reale. L’artista, di nazionalità francese, cerca di eliminare la distanza che
intercorre tra l’espressione artistica e l’esistente, paradossalmente per mezzo
dell’irreale, delle sensazioni, dei sentimenti, della dissolvenza del concreto
per introdurci nell’incorporeo.
Certamente "l’intenso errare" della Delaby, che l’ha vista
trasferirsi dal Libano, alla Normandia e successivamente in Italia, ha influito
ed influenzato la sua libertà creativa, concessa solo a chi ha potuto usufruire
della fondamentale lezione delle esperienze direttamente vissute nei luoghi del
mondo, a contatto con culture, espressioni, pensieri e persone differenti.
In Italia accade però l’incontro con chi segnerà la vita
di Anne: l’Arte, più precisamente la pittura, con le sue infinite possibilità ed
estensioni comunicative, ampliate ulteriormente dall’interesse per la scuola e
la filosofia steineriana e l’arte-terapia, che oltre a essere passione e
creazione diventa l’attività principe dell’artista francese. Inizia così un
percorso che travalica l’esegesi formale dell’arte intesa solamente come trama
strutturale e insieme di elementi tematici, diventando invece un percorso
simbolico, un’interrogazione esistenziale e spirituale.
Nasce la mostra Correspondances, una lettura dello spirito
umano, iniziata con un’impronta di lavoro alcuni anni fa, proseguita negli anni,
con una ricerca che si è sempre più orientata ed è sconfinata verso la totalità
e la radice dell’essere umano.
Lo stato interiore permanente che regola l’intero agire,
dire ed esistere e lo stretto accordo tra natura e uomo, sono le sensazioni che
emergono osservando la serie delle Cortecce, uno scambio d’identità tra il mondo
vegetale e quello umano, dove l’uno diventa l’altro e viceversa. Il visibile si
fa invisibile, o meglio, questo è ciò che appare ad una prima lettura, ma
acuminando lo sguardo emergono figure, volti, immagini e opere umane, che
agiscono sui sensi, sul silenzio, lasciando libera comunicazione alla voce della
genesi umana.
Le opere di Anne Delaby rivelano un atteggiamento totale
nei confronti del mondo, rifiutano la riduttiva identità individuale,
concentrata solo sull’estetica, per concentrarsi sul sentire, su quella luce che
diventa protagonista attirando lo sguardo e la mente nel vortice del nulla,
incline all’incontro con il sé. Per poter giungere al riverbero dobbiamo tendere
ad una nuova nascita, ad una ri-implosione in noi stessi, che ci permette di
discendere nella percezione e nell’inconscio, aprendo le falde ad una originaria
coscienza, molto difforme dalla legge dell’eccesso e dell’inutile, che troppo
spesso la nostra modernità ci propina o addirittura ci impone.
L’invito e la strada che l’artista francese ci indica è
quella della ricerca del "tempo perduto" e smarrito, un invito a ritrovare il
contatto con il mondo archetipo e il naturale. La Delaby si fa artefice di una
trascendenza che è un nuovo sentire, cercando di generare nel fruitore, per
mezzo dei suoi lavori, un desiderio di dialogo con l’altro, con lo spazio
circostante, con la storia e con i nostri ricordi ancestrali. Prendono forma
opere nelle quali la figura umana assume una posizione fetale, primordiale,
contorcendosi su se stessa, in un connubio tra dolore, sofferenza e felicità. La
natura o gli elementi naturali, come fiori, conchiglie, terra paiono trovare la
loro fonte ed energia vitale in uno scambio continuo con l’umano.
I tratti delineanti il racconto e le immagini, diventano
sempre più sintetici, quasi stilizzati, come se la figura, pur rimanendo
protagonista dell’opera, bramasse ad unirsi, liquefarsi con lo sfondo, con la
scenografia che la ospita. Un’evocazione di mondi, universi, dove il suono, la
voce, la forma, il movimento sembrano protendere verso un’altrove poetico, dove
è avvenuta la rimozione temporale e dove il racconto della vita e quello
dell’arte si avvicinano fino ad incontrarsi e confondersi liberamente.
Novembre 2006 Alberto Mattia Martini
Con la mostra "Correspondances" viene presentata
un’artista francese, in Italia da vent’anni, la cui opera è nata proprio negli
anni successivi al trasferimento nel nostro paese, che l’ha vista sviluppare la
propria arte parallelamente a un una scelta professionale – quella dell’arteterapia
– strettamente legata al suo sentire.
Già nota al pubblico comasco per numerose esposizioni che
hanno segnato le tappe principali del suo percorso artistico, Anne Delaby
propone "Correspondances" , lavori che hanno come comune denominatore la ricerca
delle corrispondenze tra corpo e elementi, natura e umanità, in una immaginaria
linea trasversale che accomuna opere prime (come "le cortecce") alle ultime
produzioni.
La Delaby stupisce e, forse intenzionalmente o no, smarrisce, con la
duttilità della sua opera, che spazia dalle atmosfere quasi fiabesche o
Dantesche degli esordi, alla ricerca degli archetipi del vivente con forme
essenziali che ricordano la "geometria sacra" cara a Platone. Secondo
quest’ultimo infatti "la forma crea Ordine nel Caos", e seguendo questo
principio aggiungendogli che "l’opera d’Arte è opera demiurgica o non è",
possiamo dire che il percorso della Delaby ci porta dal Caos al Cosmos.
Il suo percorso si evolve dal rappresentare la storia
dell’anima umana con temi esoterici-iniziatici, o, come nel caso delle cortecce,
la vita contenuta negli "elementi", al porre l’accento sulle
correlazioni tra la natura esteriore e l'uomo, in un gioco di corpi
avvolti e ambigui tra il mondo vegetale, animale ed umano.
Gli atteggiamenti dei morbidi corpi raccolti nelle
conchiglie, nei fiori, nelle dune prefigurano una sempre maggiore essenzialità
ed epurazione dalla forma, rivelando sentimenti squisitamente "umani", come la
nostalgia, la malinconia, la devozione.
Figure quindi che da una parte comunicano con l’esterno,
dall’altra sono chiuse in sé, non rinunciano alla loro individualità ma
appartengono semplicemente ad un contesto più ampio.
Riprendendo e ampliando la concezione di Umberto Boccioni,
la cui pittura voleva essere la "sintesi tra la figura e lo spazio inteso come
una continuità di oggetti, architetture, distanze…" nella dinamica del
movimento, Anne Delaby persegue la ricerca delle interdipendenze tra la forma e
lo spazio, tra l’essere umano e la natura esteriore la quale, citando la Delaby,
non è che "frammento specifico dell’uomo", che ne è la sintesi armonica. Quasi
volesse ricordarci il pensiero del Classico Protagora: "L’uomo è misura di tutte
le cose".
Percorrere la mostra risveglia un altro sguardo: quello
dell’immaginazione in grado di cogliere, oltre la percezione sensibile, una
realtà soprasensibile, interiore, profonda. In antitesi rispetto ai nostri tempi
tecnicisti e analitici, le opere che abbiamo di fronte sono frutto di uno
sguardo sintetico, che cerca ovunque i nessi, la relazione, oseremmo dire la
comunione: le "correspondances", appunto.
Un bel messaggio di riflessione e di incontro, tanto più
raro e indispensabile nel tumulto, talora apparentemente senza senso, della
nostra vita quotidiana. Gennaio 2007 Sergio Gaddi (assessore
alla cultura Como)
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